Sorpresa: gli USA parlano di negoziato

Nella seconda settimana di novembre si sono verificati sviluppi che indicano un potenziale cambiamento nella situazione strategica incentrato sull’evoluzione della guerra in Ucraina e sulle relazioni tra Stati Uniti e Russia. L’escalation russa, che ha preso di mira le infrastrutture, ha ridotto drammaticamente le aspettative di vita delle Forze armate ucraine e fatto intravedere il completo collasso del paese a breve termine, mentre la “fatica da guerra” tra gli alleati europei degli USA ha raggiunto una soglia critica. In questo contesto il ritiro tattico da Kherson non è affatto una sconfitta dell’armata russa, ma ci sta che venga sfruttato dall’Occidente in una narrazione utile a salvare la faccia e per giustificare l’avvio di negoziati. Il presupposto per questo, tuttavia, è che il Presidente Zelensky attenui la sua intransigenza e accetti alcune concessioni.

La consapevolezza della necessità di evitare una sconfitta devastante per l’Ucraina e la NATO si riflette nelle dichiarazioni del capo degli Stati Maggiori riuniti degli Stati Uniti, il generale Mark Milley. Il 9 novembre, Milley ha dichiarato all’Economic Club di New York che esiste “una finestra di opportunità per i negoziati”, ma sia la Russia che l’Ucraina dovrebbero “riconoscere reciprocamente” che una vittoria “forse non è raggiungibile con mezzi militari, e quindi è necessario ricorrere ad altri mezzi”. Milley ha ribadito le sue dichiarazioni in successivi discorsi e interviste, riflettendo un consenso tra gli ambienti militari, anche in Europa.

Il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha fatto seguito al generale Milley suggerendo che Zelensky dovrebbe ammorbidire le sue richieste, confermando le notizie precedenti secondo cui l’amministrazione Biden si sarebbe stancata della linea intransigente di Kiev. Allo stesso tempo, Washington ha subito crescenti pressioni da parte degli alleati europei, a cominciare da Francia e Germania. Come riporta l’edizione statunitense di Politico, “i funzionari americani con sede in Europa stanno lanciando avvertimenti interni ai colleghi di Washington sul fatto che alcuni paesi con popolazioni che sostengono la Russia si stanno arrabbiando per le sanzioni e incolpano gli Stati Uniti per l’aumento dei costi. Questo sentimento potrebbe esercitare pressioni sui leader europei affinché ritirino il sostegno alle sanzioni, hanno detto i funzionari in rapporti interni diffusi in tutta l’amministrazione [Biden] negli ultimi giorni”. A questo possiamo aggiungere che la fine della campagna elettorale di midterm permette al governo di agire senza temerne le conseguenze elettorali.

Detto ciò, Volodymyr Zelensky rimane prigioniero della fazione interna neonazista che è per la linea dura e delle forze internazionali che la controllano, guidate da enti del governo britannico. È prevedibile che i britannici, che finora hanno orchestrato le provocazioni contro la Russia, dal bombardamento del ponte di Crimea all’attacco contro la flotta russa a Sebastopoli, agli attacchi missilistici sul territorio russo, tenteranno di sabotare gli sforzi di pace con qualche atrocità o ulteriore provocazione.

Tuttavia, anche se gli sforzi per portare avanti i negoziati di pace dovessero avere successo, l’Occidente dovrà comunque affrontare un’altra sorta di Armageddon: lo tsunami finanziario che si sta profilando a causa dell’irreversibile bancarotta economica, caratterizzata dalla bolla speculativa giunta al capolinea, dall’inflazione galoppante e dalla contrazione dell’economia reale. Gli effetti sui paesi in via di sviluppo sono ovviamente i più drammatici, con la mancanza di medicine, posti di lavoro, elettricità, acqua e cibo. Tutto ciò sottolinea la necessità di una nuova architettura economico-finanziaria, accompagnata da progetti infrastrutturali su larga scala. Durante l’incontro con Biden in Indonesia, un giorno prima del vertice del G20, il Presidente cinese Xi ha martellato a favore della cooperazione tra USA e Cina, nella speranza di fare breccia nel cuore dell’americano, per risolvere questi problemi economici e di sicurezza globale (vedi sotto).

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