Le élite arroccate mentre monta la protesta nel mondo
La disgregazione del vecchio ordine mondiale transatlantico genera ogni sorta di sconvolgimenti e destabilizzazioni, destinati a intensificarsi finché non si sarà affermato il nuovo emergente e più giusto ordine delle relazioni internazionali. E si affermerà, per quanto i custodi dell’attuale sistema finanziario e bancario cerchino di impedirlo con guerre e provocazioni (cfr. più avanti).
L’ondata di proteste popolari, se guardata su scala internazionale, è piuttosto eloquente. Le più spettacolari sono state quelle in Francia, innescate dai giovani che chiedono un’istruzione migliore, ma manifestazioni si sono tenute anche in molti altri paesi europei, tra cui Belgio, Italia, Spagna, Grecia, Albania e Paesi Bassi. A queste si aggiungono le proteste in India, Argentina e Brasile, per citare solo le più visibili. Le rivendicazioni specifiche variano da un paese all’altro, ma il denominatore comune è il fallimento del sistema nel garantire un futuro migliore.
Il problema per le élite del mondo transatlantico è che non c’è modo di soddisfare le richieste della popolazione, nemmeno volendolo, a meno di accettare un cambiamento radicale di politica e di priorità. Nell’Unione Europea i leader hanno respinto con decisione le proposte degli Stati Uniti per un accordo negoziato sulla guerra in Ucraina, che comprende la revoca di alcune sanzioni per facilitare l’esportazione di petrolio e gas russi, benché ciò andrebbe a vantaggio dei cittadini europei. E continuano a promettere altro denaro e altre armi all’Ucraina, mentre tagliano i bilanci sociali per alimentare la corsa al riarmo. Ma il punto di rottura si avvicina.
Il 20 ottobre a Oslo, su richiesta di Zelensky, si sono tenuti colloqui tra lui e l’inviato americano Steve Witkoff, il quale è poi volato a Mosca per delle consultazioni. Il leader ucraino ha criticato duramente l’amministrazione Trump, ma sa di non poter sopravvivere senza gli Stati Uniti: le sole promesse europee non bastano.
Un contributo ai progressi nelle relazioni internazionali potrebbe venire da un eventuale vertice trilaterale tra i presidenti Xi Jinping, Vladimir Putin e Donald Trump in occasione del vertice APEC, a cui parteciperanno tutti e tre, in programma a Shenzhen, in Cina, il 18 e 19 novembre. Il 19 ottobre Trump ha scherzato: “Io lo farei”, ma per parlare di denuclearizzazione. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha detto che “il tema di un simile incontro ipotetico” è stato sollevato, ma che non sono stati discussi dettagli, mentre la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha dichiarato a Bloomberg di non avere “nulla da comunicare al momento”.
Un ulteriore impulso al processo di pace viene da papa Leone XIV, che pochi giorni fa ha telefonato a Vladimir Putin per discutere di un aspetto umanitario della guerra in Ucraina e ha poi parlato anche con Volodymyr Zelensky. Ad agosto lo Schiller Institute aveva contribuito al lancio di una lettera aperta al Papa, in cui lo si invitava a convocare in Vaticano un vertice d’emergenza dei leader mondiali, in particolare Trump, Putin e Xi, con l’obiettivo di porre fine alle guerre e alla massiccia corsa agli armamenti nel mondo (cfr. SAS 35, 36/26 e https://schillerinstitute.com/blog/2026/08/20/appeal-to-pope-leo-xiv-to-organize-a-global-leaders-summit-to-address-the-questions-of-peace-and-nuclear-disarmament/).
Nel frattempo, la lettera è stata sottoscritta da centinaia di personalità di spicco di tutto il mondo e c’è da sperare che sia stata presa in considerazione in Vaticano. Papa Leone XIV, come sappiamo, ha guadagnato un enorme rispetto e un’autorevolezza morale in tutto il mondo grazie alla condanna dell’idea di “guerra giusta”.
Un altro avvenimento che va nella direzione della pace nel mondo è il vertice interreligioso che si terrà ad Assisi dal 25 al 27 ottobre, durante il quale la lettera aperta sarà fatta circolare.
