L’Iran ha un nuovo Presidente all’insegna della continuità
Dopo la sua elezione, il 5 luglio, il nuovo Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Masoud Pezeshkian, ha indicato le direzioni che prenderà la politica estera del Paese. Ma prima di considerare la sua posizione, è importante notare che il defunto Presidente Ibrahim Raisi, la cui tragica morte in un incidente in elicottero ha portato alle ultime elezioni, aveva già orientato la politica estera dell’Iran verso l’Oriente e il Sud globale. Durante la sua presidenza, Teheran aveva sviluppato accordi di cooperazione strategica globale sia con la Russia che con la Cina, diventando membro a pieno titolo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) e dei BRICS Plus. Facilitati dalla diplomazia cinese, l’Iran e l’Arabia Saudita hanno poi ripristinato le relazioni diplomatiche nel 2023.
Questo orientamento è stato seguito sotto la supervisione della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, dopo che si erano perse le speranze che gli Stati Uniti e l’Unione europea potessero accettare un rapporto razionale con Teheran, ripristinassero l’accordo nucleare (JCPOA) o revocassero le strazianti sanzioni economiche imposte al Paese.
Sebbene Pezeshkian, a differenza di Raisi, sia considerato un moderato, è improbabile che Khamenei e gli integralisti in posizioni di potere gli permettano di fare di nuovo aperture all’Occidente. Ricordiamo che tutti gli sforzi dei precedenti leader moderati, come il “dialogo delle civiltà” di Mohammad Khatami e il duro lavoro di Rouhani per raggiungere un compromesso intorno al JCPOA, sono stati cestinati da Washington e dalle altre potenze occidentali.
Pezeshkian è comunque chiaramente sotto pressione da parte degli elettori, per lo più giovani e liberali, per ricucire le relazioni con l’Occidente nella speranza che ciò possa portare a minori sofferenze per il popolo iraniano attraverso la revoca delle sanzioni. Inoltre, essi ritengono che la fonte dei problemi che l’Iran deve affrontare sia il suo coinvolgimento, attraverso la Guardia Rivoluzionaria e le Forze Quds, in Libano, Iraq, Siria, Yemen e Palestina, o quello che viene chiamato “asse della resistenza” contro Israele e l’Occidente. Anche questo è improbabile che cambi. In realtà, gli Stati Uniti e l’Unione Europea continuano a lavorare per il “cambio di regime” in Iran, indipendentemente da ciò che il governo di turno fa o non fa. Ciononostante, Pezeshkian fa dichiarazioni sull’importanza di un “equilibrio nelle relazioni con tutti i Paesi, coerente con” gli “interessi nazionali dell’Iran, lo sviluppo economico e le esigenze di pace e sicurezza regionale e globale”.
In un articolo pubblicato sul Tehran Times, il 12 luglio, intitolato “Il mio messaggio al nuovo mondo”, il Presidente eletto ha esposto le caratteristiche principali della sua politica estera. Sebbene il messaggio abbia un tono diplomatico e mite, egli ha sottolineato che le relazioni strategiche con la Russia e la Cina rimarranno costanti. Ha auspicato una maggiore collaborazione con Pechino “mentre avanziamo verso un nuovo ordine globale” e promesso di “dare priorità alla cooperazione bilaterale e multilaterale con la Russia, in particolare all’interno di contesti come i BRICS, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e l’Unione Economica dell’Eurasia”. Inoltre, “riconoscendo che il panorama globale si è evoluto al di là delle dinamiche tradizionali, la mia amministrazione si impegna a promuovere relazioni reciprocamente vantaggiose con gli attori internazionali emergenti del Sud globale, in particolare con le nazioni africane”.
Negli ultimi anni, l’Iran è emerso come una delle principali potenze ragionali, soprattutto grazie alla cooperazione con Russia e Cina, cosa sempre vista dai geopolitici occidentali, a partire dal famigerato Zbigniew Brzezinski, come la più grande minaccia alla supremazia americana nella regione. Pezeshkian dovrà muoversi in queste nuove realtà del mondo, anche se lui e i suoi sostenitori vorrebbero che fosse diverso.
