Il declino dell’industria manifatturiera negli Stati Uniti non è colpa della Cina
In un mondo razionale, la capacità di un paese di produrre più di quanto occorra per il proprio consumo interno immediato, e quindi di avere abbastanza da esportare nel resto del mondo, sarebbe considerata un segnale positivo di produttività e crescita. Non per la City di Londra e Wall Street. E non lo è nemmeno per l’amministrazione Trump, che a marzo ha avviato indagini sui paesi sospettati di ricorrere ad un presunto “eccesso strutturale di capacità e produzione nei settori manifatturieri”, il che, secondo il Rappresentante commerciale degli Stati Uniti, minerebbe gli “sforzi di reindustrializzazione dell’amministrazione”. Presumibilmente, i paesi ritenuti colpevoli saranno soggetti a nuovi dazi sulle esportazioni verso gli Stati Uniti, oltre a quelli annunciati la scorsa settimana nei confronti di 60 partner commerciali.
La Cina è il principale bersaglio di questa nuova manovra, ma sono oggetto di indagine anche l’Unione Europea, la Svizzera, la Norvegia e altri 12 paesi non europei. Il ministero del Commercio cinese ha quindi risposto in un lungo documento pubblicato il 28 luglio. Come riportato dal Global Times, “gli esperti cinesi considerano il documento una risposta alla tendenza di alcuni paesi occidentali a politicizzare le questioni economiche e commerciali – spinti dalle preoccupazioni relative alla propria competitività industriale e alla propria posizione di mercato – alimentando al contempo la narrazione della ‘sovraccapacità’ e persino del cosiddetto China Shock 2.0”.
Il documento sottolinea che “non esiste un nesso inevitabile tra sussidi industriali e sovraccapacità; l’aumento delle esportazioni e delle eccedenze non equivale a sovraccapacità”. Ribadisce inoltre “l’impegno della Cina a costruire un sistema industriale moderno attraverso l’apertura… [e] propone di costruire congiuntamente un quadro di cooperazione globale aperto e inclusivo in materia di industria e catene di approvvigionamento”.
Global Times cita inoltre Cui Fan, docente presso l’Università di Economia e Commercio Internazionale, il quale spiega: “Pubblicando questo documento programmatico in un momento cruciale, la Cina mira a mettere le cose in chiaro, a illustrare le proprie pratiche e a tracciare una rotta verso una cooperazione aperta. Questo documento chiarisce i malintesi e aiuta la comunità internazionale a comprendere che il calo della competitività industriale di alcuni paesi non è dovuto alla ‘sovraccapacità’ cinese né ai sussidi industriali”.
