USA: la ritirata tattica della lobby sionista
Una delle organizzazioni di lobbying più potenti e di successo degli Stati Uniti è stata costretta a fare marcia indietro a seguito della crescente consapevolezza da parte dell’opinione pubblica che il sostegno “incondizionato” dell’America a Israele non sia nell’interesse del popolo americano. L’AIPAC – l’American Israel Public Affairs Committee – ha annunciato in una lettera del 21 ottobre che smetterà di esprimere il proprio sostegno ai candidati e di versare contributi diretti a loro favore, citando il timore che tale appoggio sia diventato un peso politico per coloro che sostiene. Continuerà tuttavia a gestire lo “United Democratic Project” (UDP), un super comitato elettorale, e a incoraggiare i donatori individuali a contribuire direttamente ai candidati, nascondendo il legame con l’AIPAC.
L’annuncio arriva mentre i sondaggi mostrano un drastico calo di consensi per il sostegno fornito dall’amministrazione Trump alla pulizia etnica condotta da Israele a Gaza, in Cisgiordania e nel Libano meridionale, nonché al coinvolgimento degli Stati Uniti nella fallimentare guerra contro l’Iran. Un sondaggio condotto quest’estate dal Pew Research Center ha rilevato che l’80% dei democratici e degli indipendenti di orientamento democratico ha un’opinione sfavorevole di Israele, rispetto al 53% del 2022.
Prima di questa decisione, l’AIPAC aveva versato oltre 105 milioni di dollari ai candidati nel ciclo elettorale di metà mandato, mentre l’UDP ha erogato oltre 53 milioni di dollari fino alla fine di settembre. Un caso esemplare del fenomeno che ha costretto l’AIPAC alla ritirata è la corsa al Senato del Michigan, in cui l’AIPAC e l’UDP hanno donato 30 milioni di dollari a Haley Stevens, che ha perso alle primarie democratiche contro Abdul El-Seyed, un aspro critico del genocidio israeliano a Gaza. L’avversario repubblicano di El-Seyed alle elezioni del 3 novembre, Mike Rogers, ha chiesto all’AIPAC di astenersi da qualsiasi sostegno pubblico.
Secondo l’analista prof. John Mearsheimer, coautore nel 2007 di un libro scritto insieme a Stephen Walt intitolato “La lobby israeliana e la politica estera degli Stati Uniti”, l’obiettivo dell’AIPAC è garantire che gli Stati Uniti sostengano Israele “incondizionatamente” e che la lobby ha avuto “un successo notevole” grazie alla “morsa sul Congresso” e alla sua “significativa influenza sul ramo esecutivo”. La scorsa settimana, Mearsheimer ha osservato che la capacità di continuare a esercitare tale controllo è minacciata dal calo del sostegno a Israele, alla luce delle prove inconfutabili che lo Stato sionista sta perpetrando un genocidio contro i palestinesi.
Nonostante questa decisione, l’AIPAC non scomparirà. Un critico, Jeremy Ben Ami del gruppo pro-Israele e pro-diritti umani J Street, ha affermato che la decisione di mantenere in vita l’UDP significa che l’organizzazione “raddoppierà la posta in gioco tramite fondi neri”, il metodo che ne ha caratterizzato l’ascesa in passato. Secondo una portavoce dell’AIPAC, Deryn Sousa, la lobby “cercherà di espandere drasticamente il proprio impegno politico come comunità e di aumentare l’impatto diretto dei propri attivisti”. L’organizzazione intende movimentare ingenti somme di denaro incoraggiando contributi diretti da parte dei propri membri facoltosi, senza identificare tali contributi come associati all’AIPAC.
L’AIPAC è stata utilizzata, insieme all’Anti-Defamation League, per diffamare e calunniare gli oppositori della politica sionista del “Grande Israele”. I miliardari della “Classe Epstein” hanno utilizzato l’AIPAC e l’ADL in una feroce campagna pluriennale contro Lyndon LaRouche calunniandolo come antisemita e facendo pressione su Henry Kissinger e Bush senior affinché sostenessero la “Task Force” che con una montatura giudiziaria lo portò dietro le sbarre per cinque anni.
Tra i “reati” di LaRouche figurava la stesura di un piano di pace, il “Piano Oasi”, che includeva un importante programma infrastrutturale per fornire acqua potabile tramite dissalazione sia allo Stato israeliano che a quello palestinese. Il suo piano trovò riscontro negli allegati economici degli Accordi di Oslo e rimane un argomento di grande interesse tra coloro che oggi si impegnano per una risoluzione pacifica nel sud-ovest asiatico.
La crescente ribellione contro la politica dell’odio finanziata dai soldi dell’AIPAC non deve accontentarsi di una ritirata tattica, ma deve arrivare a cacciare i membri del Congresso corrotti che agiscono per conto della lobby.
