Trump spiazza di nuovo l’establishment

Mentre opinionisti e sondaggisti si affannavano ad assicurare che l’esito delle elezioni presidenziali fosse troppo incerto per fare pronostici, Donald Trump vinceva con un margine che ha lasciato molti di loro senza parole, ottenendo 312 voti elettorali, ma vincendo anche il voto popolare, la prima volta dal 2004 per un repubblicano, e con il risultato più alto mai ottenuto dal Grand Old Party, con oltre 74 milioni di voti. I repubblicani hanno conquistato anche il Senato e si avviano a confermare la Camera.

Dire che ciò ha stupito l’establishment mediatico e della classe politica è un eufemismo. Invece di vedere la frustrazione e la rabbia che cresce in una popolazione che si trova ad affrontare un’impennata dei prezzi, guerre pericolose e un futuro incerto, hanno creduto alla narrazione che la squadra Biden-Harris avesse abbassato l’inflazione e che la politica identitaria avrebbe prevalso. Hanno mostrato disprezzo per i potenziali elettori di Trump, con Biden che si è spinto fino a chiamarli “spazzatura”, mentre Harris e i suoi surrogati hanno definito Trump un misogino, un razzista e persino il “nuovo Hitler”. E quando alla Harris è stato chiesto se ci fosse qualcosa che avrebbe cambiato delle politiche di Biden, ha risposto che non le veniva in mente nulla.

L’arrogante condiscendenza nei confronti delle vittime dei disagi economici degli ultimi quattro anni ha portato a livelli senza precedenti di sostegno a Trump da parte di ispanici e afroamericani, nonché di elettori della classe operaia e della classe media in crisi. Sotto Biden-Harris, l’inflazione è aumentata del 24%; i tassi dei mutui sono saliti del 114%, rendendo la casa una chimera. Costretti a indebitarsi per sostenere le spese domestiche, i passivi delle carte di credito sono aumentati dai 915 miliardi di dollari del 2020 a 1140 miliardi del 2024, con tassi di interesse saliti dal 16% al 23%.

L’economia, pertanto, ha svolto un ruolo importante nella vittoria di Trump, come quando sconfisse Hillary Clinton nel 2016. Ma ai sondaggisti sono sfuggiti altri due fattori legati all’economia: il senso di alienazione nei confronti del Partito Democratico, che ha abbandonato la base della classe operaia formatasi ai tempi di Roosevelt, e l’effetto della mancanza di investimenti in infrastrutture, assistenza sanitaria e istruzione. Ciò si è visto quando l’uragano Helene ha colpito parti del Sud con devastanti inondazioni e i fondi di soccorso mancavano a causa delle spese per le guerre infinite, con centinaia di miliardi destinati a Zelensky, ai suoi supervisori del complesso militare-industriale e ai massacratori di Netanyahu, a spese delle disperate vittime delle inondazioni.

Inoltre, secondo i sondaggi, la complicità di Biden-Harris nel genocidio operato contro i palestinesi ha allontanato i giovani elettori dai democratici, specialmente tra gli elettori palestinesi e arabi in stati chiave per il voto, come il Michigan e la Pennsylvania.

Resta da vedere se Trump manterrà la promessa di porre fine alle guerre permanenti. Il rifiuto di Harris di prendere le distanze dalle guerre, insieme all’incapacità di presentare una strategia per la crescita economica, è costato voti al partito. Con il conteggio non del tutto completato, le cifre parlano chiaro: nel 2020 Trump ottenne 74 milioni di voti, contro gli 81 milioni di Biden. Quest’anno, il totale di Trump è salito leggermente, mentre Harris ha avuto 10 milioni di voti in meno rispetto a Biden.

La questione ora è: che cosa farà Trump con il suo mandato? L’avvio di negoziati per porre fine alle guerre è un primo passo ovvio. Può poi Trump abbandonare le fallimentari dottrine geopolitiche che prevedono l’imposizione di un ordine unipolare e passare alla cooperazione con i Paesi BRICS e il Sud globale? Perché ciò avvenga, è urgente che gli elettori arrabbiati che hanno voltato le spalle alla malcapitata Harris rompano completamente con il paradigma geopolitico dell’impero, per passare a un Nuovo Paradigma Westfaliano, come delineato nella carta die Dieci Principi Fondamentali di Helga Zepp-LaRouche.

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