Il candidato sconfitto alle elezioni brasiliane fugge negli Stati Uniti

La spettacolare vittoria in rimonta di Luiz Inácio Lula da Silva al secondo turno delle elezioni presidenziali brasiliane del 25 ottobre ha inferto un duro colpo alla strategia dell’amministrazione Trump volta ad assicurarsi il controllo dell’intero emisfero occidentale (il progetto “Scudo delle Americhe”) e alla campagna di Wall Street e della City di Londra volta a indebolire i BRICS (cfr. SAS 41-44/26). Il loro candidato, Flavio Bolsonaro, è stato sonoramente sconfitto al secondo turno, ma ciò non gli ha impedito di chiedere immediatamente l’annullamento delle elezioni, poiché l’orario di voto era stato prolungato di due ore a causa di problemi nei trasporti pubblici. Il problema, per Bolsonaro, è che anche la sua stessa campagna elettorale aveva richiesto la proroga. Inoltre, durante le due ore di proroga sono stati registrati in totale 34.393 voti, una cifra irrisoria rispetto al margine di vittoria di Lula, pari a 4,4 milioni di voti.

Quando questa tattica è fallita, Flavio ha deciso, il 27 ottobre, di fuggire negli Stati Uniti, passando per l’Argentina, governata dal suo spirito affine ultraliberista Javier Milei. Ciò da cui Flavio Bolsonaro sta fuggendo in Brasile sono due importanti indagini penali per corruzione, riciclaggio di denaro ed evasione fiscale. Un’indagine della Corte Suprema verte sul riciclaggio di denaro per mezzo di allibratori a Rio de Janeiro, in collusione con un caro amico avvocato, Willi Tomaz; un’altra riguarda i milioni di dollari che aveva ottenuto dall’ “Epstein brasiliano”, il banchiere caduto in disgrazia Daniel Vorcaro, per finanziare un film che esaltava suo padre, l’ex presidente Jair Bolsonaro, attualmente detenuto con una condanna a 27 anni per aver finanziato un tentativo di colpo di Stato contro Lula nel 2023.

La domanda ora è: cosa farà l’amministrazione Trump, e in particolare il Segretario di Stato Marco Rubio, per sabotare la nuova presidenza?

A distanza di quasi due settimane, la Casa Bianca non ha ancora riconosciuto ufficialmente la vittoria di Lula. Quanto al progetto di Washington denominato “Scudo delle Americhe”, molte nazioni del continente vi hanno aderito più per paura di subire lo stesso trattamento riservato al Venezuela che per convinzione. Ma sanno bene (e lo sanno anche alcuni realisti all’interno dell’amministrazione Trump) che senza il Brasile il progetto non decolla. Il Brasile non è un’isola vulnerabile con undici milioni di abitanti. È una nazione di oltre 214 milioni di cittadini, dotata di notevoli capacità industriali e militari, risorse naturali e un territorio che copre quasi la metà del continente sudamericano e confina con tutte le nazioni di quel continente tranne due.

Anche se il commercio regionale è ben lontano dal potenziale che potrebbe raggiungere una volta realizzata la rete continentale di ferrovie, autostrade, porti ecc., pianificata da tempo, gli scambi commerciali con il Brasile sono già significativi per i suoi vicini. Il governo di Lula si è categoricamente rifiutato di aderire allo Scudo.

Quanto all’oligarchia finanziaria internazionale, questa ha già minacciato di scatenare una guerra finanziaria contro il Brasile, specialmente se il presidente Lula dovesse procedere con decisione nelle iniziative di sviluppo con la Cina.

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