La politica di Orbán paga, mentre quella dell’UE perde
All’incontro tra Donald Trump e Viktor Orbán alla Casa Bianca, il 7 novembre, è stata rilanciata la prospettiva di un vertice Trump-Putin a Budapest. Il vertice era stato annunciato da Trump il 16 ottobre e successivamente rimandato (cfr. SAS 43, 44/25).
L’Unione Europea, che finora ha sabotato le iniziative di pace di Orban, cercando di isolarlo, e che non fa mistero di volere un cambiamento di regime in Ungheria, deve constatare il proprio fallimento su tutti i fronti. Il leader magiaro ha alleati nella Slovacchia e nella Repubblica Ceca, nonché in Serbia (che non fa parte dell’UE). A Washington, Orban ha incassato per il suo Paese la revoca delle sanzioni statunitensi sulle forniture di petrolio e gas russi, che giungono attraverso l’oleodotto Druzhba e il gasdotto Turk Stream e la sua estensione. Orbán ha convinto Trump che l’Ungheria non può fare a meno dell’energia russa. Il Turk Stream ha fornito 8,5 miliardi di metri cubi di gas al Paese nel 2024, mentre l’oleodotto Druzhba ha portato 5 milioni di tonnellate di petrolio, e “quest’anno è previsto un volume di forniture approssimativamente uguale”, ha riferito il ministro degli Esteri Szijjarto.
Inoltre, Washington ha revocato le sanzioni relative alla costruzione della centrale nucleare Paks-2 in Ungheria, progettata dalla Russia. La centrale Paks-1, costruita all’epoca da specialisti sovietici, rappresenta oggi la metà dell’energia elettrica prodotta e un terzo del fabbisogno. Il nuovo impianto ne raddoppierà la potenza.
Il governo sta inoltre per lanciare una campagna nazionale contro la guerra, con manifestazioni in tutte le principali città a partire dal 15 novembre, per inviare un messaggio forte a Bruxelles sulla necessità di promuovere il dialogo e la diplomazia con la Russia. Orbán ha sempre ribadito che la questione della “guerra o pace” non deve essere lasciata alla decisione dei burocrati dell’UE, ma che il popolo ha il diritto di far sentire la propria voce.
