La Corte penale internazionale emette mandati d’arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant

Il 21 novembre, la Prima Camera preliminare della Corte Penale Internazionale ha preso due decisioni all’unanimità: ha respinto i ricorsi dello Stato di Israele presentati ai sensi degli articoli 18 e 19 dello Statuto di Roma e ha emesso mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, nonché per il comandante di Hamas, Mohammed Deif, ritenuto ucciso a luglio. Le accuse contro i due israeliani sono di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, commessi dall’8 ottobre 2023 fino ad almeno il 20 maggio 2024.

Sebbene la CPI non abbia la forza e la credibilità della Corte internazionale di giustizia, che sta indagando anche sulle accuse di genocidio commesse da Israele a Gaza, quest’ultima decisione contribuisce ad aumentare la pressione internazionale per fermare il genocidio. Biden ha immediatamente definito “scandalosa” l’emissione dei mandati di arresto, mentre Netanyahu l’ha liquidata, come al solito, come “decisione antisemita”. La maggior parte delle nazioni europee, contrariamente agli Stati Uniti e ad Israele, sono firmatarie dello Statuto di Roma e, in linea di principio, dovrebbero arrestare uno dei due israeliani qualora si presentassero nella loro giurisdizione. Ovviamente, si tratta di una decisione politica. La CPI andava bene finché si trattava di arrestare Putin; non va tanto bene quando si tratta di Netanyahu.

La CPI ha spiegato le sue motivazioni in un comunicato stampa. Essa ritiene che vi siano ragionevoli motivi per ritenere che entrambe le persone “siano responsabili penalmente” del “crimine di guerra dell’affamamento” e di “crimini contro l’umanità di omicidio, persecuzione e altri atti inumani”, oltre che di aver intenzionalmente diretto attacchi contro la popolazione civile.

Ad aggravare l’isolamento degli Stati Uniti a livello internazionale, il 20 novembre la rappresentanza statunitense alle Nazioni Unite è stata l’unico membro del Consiglio di Sicurezza a votare contro una risoluzione che chiedeva un cessate il fuoco a Gaza. Tutti gli altri 14 Stati membri hanno votato a favore.

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