Israele in bilico tra guerra e pace
Le elezioni tenutesi in Israele la scorsa settimana hanno provocato uno shock sismico, le cui onde d’urto si sono fatte sentire in tutto il mondo. A spoglio concluso, il processo di formazione del prossimo governo rimane in sospeso: ciò significa che Benjamin Netanyahu continuerà a ricoprire la carica di Primo Ministro di un governo ad interim, fino a quando una delle coalizioni non otterrà il sostegno di 61 membri della Knesset (MK).
Lo shock è derivato dal numero record di arabi-palestinesi che hanno votato, assicurandosi 19 seggi. Questa affluenza, pari a oltre l’80% degli aventi diritto al voto arabi, superiore persino alla già alta percentuale generale (77,7%), solleva un interrogativo scomodo in una nazione che si autodefinisce l’unica democrazia della regione: dato che nessuna delle due coalizioni dispone dei 61 seggi necessari per eleggere il capo del governo, ai deputati arabi sarà permesso di far parte del prossimo esecutivo?
La questione è stata sollevata dall’editorialista Gideon Levy in un articolo su Haaretz dal titolo provocatorio: “Il futuro di Israele dipende dai cittadini arabi”. Egli sottolinea l’ironia nella frase di apertura: “Ottant’anni dopo la Nakba e la fondazione dello Stato ebraico, i palestinesi di Israele potrebbero determinarne il destino. Esiste forse una giustizia storica più grande di questa?”
Netanyahu ha reagito con la consueta furia allo stallo, accusando i partiti arabi di trarre vantaggio da interferenze elettorali e frodi. Lo Shin Bet, incaricato di individuare eventuali brogli, ha annunciato di non aver ancora trovato nulla. Poiché la coalizione di Netanyahu ha eletto solo 53 deputati e si rifiuta di aprire ai deputati arabi, la sua unica possibilità di arrivare a 61 seggi è quella di attirare deputati dal blocco di Eisenkot o di formare con questi un governo di unità nazionale. Altrimenti, agirà per impedire a Eisenkot di raggiungere i 61 seggi, costringendo il presidente Herzog a indire nuove elezioni. Ha già utilizzato questa strategia in passato, quando Israele ha visto cinque elezioni in quattro anni prima della sua vittoria nel 2022.
Mentre circolano voci su quale partito sia disposto ad abbandonare la propria posizione in precedenza definita “non negoziabile”, per stringere accordi con i partiti avversari e raggiungere il totale di 61 seggi, lo shock del voto arabo offre l’opzione più ovvia: far entrare i partiti arabi, con i loro 19 deputati, nel blocco di Eisenkot, che ne conta 48, e voilà! si supera la soglia dei 61 e si forma un governo.
I leader dei partiti arabi sono favorevoli. Ahmad Tibi ha affermato che il blocco di Eisenkot potrebbe formare un governo “se lo volesse, se fosse abbastanza coraggioso da farlo. Noi siamo pronti”, ha proseguito, “se dall’altra parte ci fosse una mano tesa”. La sua dichiarazione è stata avallata da Yousef Jabareen, leader di un altro partito arabo, il quale ha affermato: “O si continua con il razzismo, l’esclusione e il senso di superiorità, oppure si instaura una vera partnership ebraico-araba”.
L’affluenza record degli arabi alle urne è stata alimentata dalla rabbia per il genocidio a Gaza, dalla violenza dei coloni e dall’annessione di territori in Cisgiordania. Jabareen ha citato questi fatti quando gli è stato chiesto chi avesse determinato l’affluenza record, affermando l’ovvio: lo dobbiamo al genocidio a Gaza, orchestrato da Ben-Gvir e Smotrich. Ha aggiunto che il suo partito è pronto “a spianare la strada alla destituzione di Netanyahu”.
Ma Netanyahu non è stato ancora destituito. Prima delle elezioni, ha ricevuto l’appoggio di Donald Trump, ed entrambi hanno affermato che è necessario “portare a termine il lavoro in Iran”. E in risposta a una sparatoria avvenuta nei pressi di un posto di blocco militare a Hebron, in Cisgiordania, in cui due soldati delle IDF sono stati uccisi da presunti membri di Hamas, Netanyahu ha minacciato di distruggere la cittadina, mentre Ben-Gvir ha ripetutamente minacciato di raderla al suolo così come è stata rasa al suolo Gaza. Circolano voci secondo cui Netanyahu potrebbe aver ricevuto il via libera da Trump per utilizzare armi nucleari tattiche contro l’Iran, se necessario, per imporre un cambio di regime in quel Paese.
In questo momento pericoloso, il coraggio di infrangere gli assiomi e di portare nel governo di Israele i rappresentanti eletti nelle liste arabe potrebbe determinare l’esito tra la pace e la guerra nucleare.
