Chi soffre di “ansia da elezioni”?

La grande notizia diffusa dai media mainstream statunitensi all’approssimarsi delle elezioni presidenziali è che l’“ansia da elezioni” affliggerebbe la maggior parte degli americani, causando crisi di nervi e notti insonni. La spiegazione fornita dai media (la “narrazione”) è che, secondo i sondaggi, la vittoria di uno dei due contendenti sarà così risicata che il risultato potrebbe scatenare una guerra civile. Questo varrebbe soprattutto se Kamala Harris sarà dichiarata vincitrice. La minima variazione nei sondaggi in uno “swing state” provoca commenti ponderosi da parte di consulenti e analisti profumatamente pagati.

Questi minuscoli cambiamenti vengono poi attribuiti al fatto che le ultime accuse lanciate dalla Harris – per esempio che Trump sarebbe un “nuovo Hitler” – starebbero risuonando tra le giovani donne bianche che votano nei sobborghi. Qualcun altro ritiene che l’affermazione di Biden, che ha definito i sostenitori di Trump “spazzatura”, in risposta al commento razzista di un pessimo comico ad un comizio del candidato repubblicano – che aveva definito Porto Rico “un’isola galleggiante di spazzatura” – sposterà i sondaggi.

Se c’è ansia elettorale, questo è il risultato dell’idiozia degli “strateghi” della campagna elettorale che usano una politica identitaria insensata e false accuse per cercare di smuovere gli elettori, seguiti da un’intensa “analisi” da parte dei media, mentre viene censurato ogni vero dibattito sulle politiche dell’amministrazione Biden in Ucraina e nell’Asia sud-occidentale, che hanno esposto il mondo al pericolo di una guerra nucleare e di un collasso economico globale.

Chi soffre davvero di “ansia da elezioni”? Consideriamo la rubrica settimanale “Inflection Points” di Frederick Kempe, promotore di guerre infinite in qualità di amministratore delegato del think tank anglo-americano The Atlantic Council. Alla fine di settembre, la sua rubrica era intitolata “Gli Stati Uniti affrontano due minacce globali: Cina-Russia e se stessi”! Il suo ultimo articolo, intitolato “Gli Stati Uniti stanno eleggendo un presidente di guerra”, è un attacco alla campagna di Trump, per il fatto che questi si è detto favorevole ad una soluzione negoziale alla guerra in Ucraina, e alla popolazione che non sostiene una vittoria militare sulla Russia.

Kempe sostiene che Putin e Xi Jinping vedono “una finestra di opportunità negli Stati Uniti [a causa] della distrazione interna, di un settore della difesa non ancora adeguato alle sfide emergenti e di un elettorato che mette in dubbio il valore e la necessità del coinvolgimento internazionale degli Stati Uniti”. Egli cita il neocon George Will, secondo il quale il prossimo presidente “determinerà la condotta della nazione durante la Terza Guerra Mondiale, che è [già] iniziata”. Will non ha fiducia in nessuno dei due candidati, che accusa allo stesso modo di “sconsideratezza”, per non aver affrontato questa “tempesta che si avvicina”.

Ciò che davvero stressa Kempe è che l’incessante propaganda a favore della guerra che fluisce dal suo think tank, finanziato dai cartelli del Complesso militare-industriale-finanziario, non è riuscito a produrre un movimento d’opinione maggioritario in favore della guerra stessa e che le sue accuse a Putin di interferenze elettorali per eleggere Trump, non hanno prodotto il risultato sperato in termini di sostegno per Harris. Ricordiamo che la Harris fu scelta da propagandisti conniventi come Kempe per sostituire Biden in un colpo di stato, allo scopo di continuare la guerra. Mentre ci sono molte domande senza risposta su ciò che Trump farà qualora eletto, la sua intenzione di negoziare la fine della guerra della NATO contro la Russia in Ucraina è visto da Kempe come una minaccia esistenziale all’ordine unipolare che egli sostiene a gran voce.

È questa minaccia per l’establishment, e l’ansia che provoca, ad aver guidato la retorica sgradevole e la censura e ad aver fatto confluire nella campagna di Harris una quantità di denaro senza precedenti.

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